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Un giallo per tutte le stagioni
di Edmondo Lupieri
La primavera scorsa, al Festival del Giallo di San Pellegrino Terme, erano presenti quasi cinquanta giallisti italiani e libri gialli, di stranieri o di italiani, compaiono costantemente nelle graduatorie dei libri pi venduti in Italia. Come si spiega un tale successo? Soprattutto, poi, se si pensa che, ancora nel secondo dopoguerra, i gialli in Italia non si trovavano nemmeno nelle librerie, ma si compravano solo nelle edicole, con i fumetti. Come ha fatto a diventare "letteratura"?
A dire il vero, già Amleto scopre gli assassini di suo padre con metodi degni della migliore giallistica e, molti secoli prima, Edipo, in un crescendo di drammaticità e con una vera e propria inchiesta indiziaria, scopriva non solo di essere lui l'assassino di suo padre, ma, avendone sposato la vedova, di vivere incestuosamente con la propria madre. La "radice del giallo;' allora, esiste da sempre, ma perché nasca davvero il giallo, come lo intendiamo noi oggi, sono necessari alcuni elementi: in primo luogo ci dev'essere una passione popolare per storie di crimini e di criminali famosi (e quella c'è da sempre), poi deve esistere la polizia (invenzione di Napoleone, che prese un ex criminale e lo mise a capo degli sbirri di Parigi) e infine ci vuole la moda ottocentesca e romantica dei "misteri" (da "I misteri di Parigi" di Eugène Sue, fino al più esotico "I misteri della giungla nera'; nel molto nostrano Salgari). Su tutto questo,poi, deve arrivare il genio di un americano con molti problemi, anche economici: Edgar Allan Poe che, nel 1841, ambienta a Parigi il primo vero racconto giallo:"I crimini di rue Morgue".
Poe crea subito anche quello che diventerà un classico: l'investigatore intelligente, il cav. Dupin, e il poliziotto scemo, un certo monsieur G.
II giallo classico si sviluppò in Francia, con le avventure di Rocambole, un criminale specializzato in fughe appunto rocambolesche, e soprattutto in Gran
Bretagna, dove sir Arthur Conan Doyle inventa Sherlock Holmes. L'investigatore è il vero eroe, geniale, ma con gravi punti deboli nella sua umanità, a partire dall'uso costante della droga. Il suo contraltare il compassato Dr. Watson, tipico gentleman vittoriano britannico, la cui presenza carica d'ironia non fu l'ultimo motivo dell'enorme successo americano dei racconti.
Negli anni che precedono la prima guerra mondiale, sono i francesi della Belle Èpoque a inventare prima il ladro gentiluomo, Arsène Lupin, e poi il ben più inquietante Fantomas, un vero criminale, che terrorizza il mondo borghese e riesce sempre a farla franca, gettando le basi per il racconto "noi r;cioè quel particolare tipo di giallo in cui il male alla fine trionfa. Per fortuna un altro inglese, il poliedrico Chesterton, inventa il personaggio positivo di Padre Brown (che per noi ebbe il volto di Renato Rascel).
Fra le due guerre, il giallo diventa un fenomeno americano, sia perché gli autori sono quasi tutti statunitensi sia perché l'ambientazione si sposta dalle metropoli europee a quelle d'oltre oceano. Nascono anche le grandi figure di investigatori che poi, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione di massa, dilagano su tutto il pianeta. Gradualmente si forma l'immagine dei "duro" (hard boiled in inglese), cioè dell'investigatore che usa gli stessi sistemi dei criminali, pur conservando ancora un suo senso etico (specialmente con i soldi e le donne). Con alcune eccezioni, come la prolifica Agatha Christie, che con i suoi Poirot e Miss. Marple ha creato due figure immortali, che "dure" non sono. E in Europa, a partire dal '31, Georges Simenon crea l'umanissimo Maigret (per noi Gino Cervi, per i francesi Jean Gabin), alle prese con criminali altrettanto umani.
La giallistica sembra avere trovato due filoni: ci sono criminali di professione, i quali devono essere affrontati da investigatori altrettanto "duri, e ci sono criminali occasionali, figli di un mondo borghese, di cui l'investigatore deve condividere la cultura. In ogni caso, per sconfiggere il male, bisogna conoscerlo a fondo. Con qualche eccezione, come quella zitella pettegola di Miss Marple...
E da noi? La letteratura gialla è sostanzialmente di importazione, ma nel 1929 la Mondadori inventa una serie con la copertina gialla, da cui deriva il modo tutto nostro di chiamare "giallo" un racconto poliziesco. Poi ci si mette il Ministero della Cultura Popolare fascista (il famoso MinCuIPop): non si possono pubblicare collane di libri se non c'è in esse una certa percentuale di opere scritte da italiani; in queste, però, nessun criminale può essere italiano. Questo obbligò alcuni italiani a scrivere gialli (di solito di imitazione), con storie ambientate all'estero, dove spesso l'investigatore, molto italiano e magari con la mascella virilmente quadrata, trionfava su malfattori esotici e possibilmente anglofoni. Alcuni si difendono come possono e uno, in particolare, emerge: Augusto de Angelis, che ambienta nella Svizzera italiana le avventure di un commissario De Vincenti, che fascista non è, come il suo autore (il quale anzi dai fascisti sarà ucciso, nel '44).
Nel secondo dopoguerra, con la notevole eccezione di una P D. James, il giallo si conferma una realtà americana, con un numero sempre crescente di autori e di autrici (oggi, anzi, ci sono più donne che uomini a scrivere gialli). Compaiono giustizieri spietati, in lotta contro una criminalità organizzata che dilaga o alle prese con criminali sempre più psicopatici, o serial killer. La società sta cambiando rapidamente, e il giallo mostra una delle sue caratteristiche fondamentali: quella di adattarsi immediatamente alla società che cambia. Di fronte alla complessità del mondo reale,anche il giallo si specializza:si definiscono vari subgeneri, sempre più estremi, come il thriller, I'horror, con o senza interventi paranormali, e il suo figlio diretto, lo splatter, dove il sangue appunto schizza dalla prima all'ultima pagina.Ma si sviluppa anche il giallo ironico e si cercano vie non battute in precedenza. In particolare si varia la figura dell'investigatore, tradizionalmente bianco e macho: non solo abbiamo investigatori con problemi e debolezze (soprattutto l'alcol), ma di essi appaiono varianti infinite: soli e in coppia, bianchi, neri, ispanici, orientali, indiani, italoamericani; donne, gay, lesbiche.
Probabilmente in questo fanno capolino nuove leggi di mercato: ogni settore del mondo statunitense viene rappresentato e, esaurito questo, si va a cercare altrove, nel tempo e nello spazio (l'investigatore agisce nell'antica Roma o in Grecia, addirittura è Aristotele, o Dante Alighieri, o qualche personaggio della storia americana o un monaco medievale) o nel futuro (ma qui si entra nella fantascienza). Infine, oggi abbiamo indagini condotte, letteralmente, da un cane oppure da un gatto.
In Italia, per una quarantina d'anni succede poco. Uno scrittore "serio" come Carlo Emilio Gadda nel '57 si diverte a pubblicare un racconto in romanesco ("Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana"), che in realtà è una specie di antigiallo, perché alla fine l'investigatore capisce chi è il colpevole, ma non lo dice al lettore. Nel '61 Leonardo Sciascia scrive uno splendido e tragico "II giorno della civetta"; libro di denuncia contro la mafia e la corruzione. Finalmente, fra il '66 e il '69 (quando morì), Giorgio Scerbanenco scrive i primi veri gialli moderni italiani, ambientandoli nella nostra metropoli, Milano. L'eroe, Duca Lamberti, è un medico radiato dall'ordine per eutanasia, che è uscito dal carcere e sopravvive procurando aborti e ricostruendo verginità di fanciulle dal passato discutibile; fuma, beve e usa del sesso quando gli conviene, ma aiuta la polizia, senza rispettare le regole, e combatte contro il vero male, che non è quello della picco la criminalità, ma è quello del crimine organizzato che, nell'Italia del boom, si allea con il potere.
Fruttero & Lucentini ci hanno regalato due gialli elegantissimi, pieni di ironia, ambientati in una Torino dove il fascino del guadagno rapido ha raggiunto anche la borghesia medio-alta ("La donna della domenica": 1972 e "A che punto è la notte": 1979). E a Bologna Loriano Macchiavelli incomincia nel 1974 una serie fortunata, con Sarti Antonio, sergente (sic!) di polizia. Un poliziotto molto umano, con i suoi problemi di digestione, che ha per amica una prostituta e per aiutante un ex sessantottino che fa l'eterno ricercatore in università. Quella di Umberto Eco ("II nome della rosa" 1980) è una meteora medievale che rimane di fatto inimitabile. È con gli anni Novanta, però, che la produzione giallistica italiana letteralmente esplode e porta alla situazione attuale. II più famoso fra tutti i nostri giallisti è ovviamente Andrea Camilleri che nel'94 (lui, classe 1925), ha raggiunto un folgorante successo con la prima avventura del suo commissario Montalbano. E con lui e con quanti scrivono gialli oggi in Italia, appare quella che è forse la caratteristica principale della nostra giallistica e probabilmente uno dei motivi del suo successo: il giallo è diventato un genere letterario che scava nella vita reale, nei problemi, nei difetti del mondo contemporaneo, spesso reinventando nella fantasia situazioni che sono una continuazione degli aspetti peggiori della nostra realtà nazionale. II giallo, quindi, si è fatto letteratura sociale e, nell'irrealtà dei fatti narrati, si propone come erede di quel verismo presente per decenni nella produzione letteraria e cinematografica italiana. Anche la realtà impazzita del giallo ci aiuta a capire la nostra vita quotidiana. E scusate se è poco.
"Terza pagina", IX, 1 (marzo 2004), pp. 2-3
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