Un giallo tra enigmi e teologia
di Annibale Zambarbieri



Annibale Zambarbieri è Professore ordinario di Storia del Cristianesimo presso l'Università degli studi di Pavia. Nei suoi contributi storiografici ha presentato aspetti peculiari della cultura cattolica dal '700 al '900 ed alcuni significativi mutamenti nella sensibilità religiosa dal tardo Medioevo all'epoca moderna e contemporanea. Si è occupato inoltre dello sviluppo dei rapporti tra Cristianesimo e civiltà dell'estremo Oriente. Tra le sue pubblicazioni si ricordano "Il Cattolicesimo tra crisi e rinnovamento" (Morcelliana 1979), "Il nuovo Papato"; (San Paolo 2001) e "Kindai Nihon Chishikijiin to Shukyo" (Tokyo 2002)

 

Luis Borges, mentre dichiarava la sua ammirazione per Chesterton, ricordò, non senza venature di sorridente riserva, come questi avesse paragonato il romanzo a un gioco di facce e il romanzo giallo a un gioco di maschere. E subito soggiunse: "Malgrado questa osservazione e la possibile eclissi del genere, sono certo che i racconti di Gilbert Keith Chesterton saranno sempre letti, poiché il mistero che suggerisce un fatto impossibile e soprannaturale è interessante quanto la soluzione di ordine logico che ci danno le ultime righe". Scorrendo l'avvincente e bellissimo "thriller teologico" di Foster e Lupieri mi sono rimbalzate nella mente queste frasi, insieme ad altre, di stampo definitorio. Ne scelgo due. Nella prima il romanzo tout court viene caratterizzato come "macchina" atta a produrre innumerevoli interpretazioni. La seconda riecheggia la metafora di Stendhal, secondo cui tale genere letterario somiglia ad uno specchio a passeggio per le strade del mondo, inoltrandosi in luoghi pubblici e privati, nelle grandi platee e nei piccoli ambiti, così da riflettere i mille volti dell'esistenza individuale e collettiva. Anche il roman policier, il thriller, il giallo, con le sue maschere e le sue inquadrature non di rado sinistramente oblique, appare configurabile nella duplice caratterizzazione, di congegno idoneo da un lato a sviluppare le potenzialità interpretative, e dunque creative, di chi vi si accosti; dall'altro, a riverberare la gamma di colori e di toni, i contrasti di luce e di ombra che dipingono l'affresco dell'avventura umana nelle sfaccettature più palesi o più recondite. La stessa impressionante varietà del genere produce una serie di caleidoscopiche figure, difficilmente imbrigliabili in una riduzione sistematica. E infatti balzano sulla ribalta del teatro delle maschere i copioni più disparati, dalle opere dell'umorista americano Fridric Brown, ai testi di Albert Simonin, specialista dell'argot; dalle pause meditative suggerite da Bernanos in Un crime, ai brevi ma densi indugi sull'ambiguità del vivere disseminati nelle pagine di Graham Green; dal best seller di Gaston Leroux, Le mystère de la chambre jaune, simbiosi tra romanzo popolare e romanzo giallo, alle enigmatiche variazioni del saggista francese Claude Aveline ne L'Abonné de la ligne U - tutte prove, cui ciascuno potrebbe aggiungere personali reazioni, che depongono per la straordinaria poliedricità, e quindi per la pressoché infinita capacità ermeneutizzante, di un genere collocabile sul crinale che corre tra l'immaginario e il verificato realistico, dove spesso le strutture narrative vengono utilizzate e presto dissolte, nei frammenti di eterogenee schegge. Non si tratta solo di esercizi retorici, ma di un universo che attira, tiene legati a libri di grande o di modesta mole, promettendo una ridda di incertezze, curiosità, emozioni nelle ore di lunghi viaggi, oppure durante notti bianche trascorse a leggere con avidità, non "al lume dell'incerta lucerna" di leopardiana memoria, ma al pacato e a tratti rassicurante chiarore dell'abat-jour, fino ai catartici raggi dell'alba, quando i segreti sono finalmente svelati. Ma al di là di tutto, dell'estetica, delle regole infrante, delle eleganze o delle sciatterie stilistiche, degli aggrovigliati intrecci, dei gusti personali, o entro tutto questo, non si può negare che il romanzo giallo rimandi le immagini di un'epoca, sia appunto lo specchio nel quale una società scorge le sue paure e i suoi fantasmi. In tale prisma potevano mancare i lati religiosi o addirittura teologici? Certo che no, e di fatto molti scritti riconducibili a tale genere dipanano, in modo esplicito o indiretto, o subliminale simili argomenti. Spesso la tematica teologica ha naturalmente in serbo le chiavi risolutive e parecchie volte le rivela fin dal principio; ma ciò non elimina una tensione che sorregge e permea l'intero racconto. È da questa angolatura che alcuni hanno voluto assegnare Delitto e castigo ad una zona in cui la teologia si sposa con la suspence:perfetto esempio di scrittura senza enigma, ma con l'incombente mistero della perdizione e della salvezza. Spesso le implicanze religiose sono latenti, ma prepotenti, come, sempre esemplificando, nel Dürrenmatt de Il giudice e il suo boia, parabola dell'inestricabile amalgama di male e di bene, biblico scenario di salvezza e di condanna. Basti rammentare la sequenza dell'incontro conviviale che il vecchio commissario di polizia, condannato a morte da un male incurabile, imbandisce per il suo collaboratore da lui giudicato colpevole; e quindi senza appello indotto ad autogiustiziarsi: la scena, e l'intera vicenda, sono costruiti con una padronanza straordinaria delle imbricazioni dei fatti e del pensiero che li sorregge, per sfociare in quella cena sacrificale allusivamente cristiana. E vien spontaneo parlare di narrazioni centrate su un "professionista del sacro". La cronaca di stretta attualità propone la serie televisiva di don Matteo, riversata in volumetti a stampa. Il protagonista gioca a scacchi, metaforicamente e realmente, con un maresciallo dei carabinieri e con i colleghi di questi, arrivando prima di loro a scoprire gli autori dei crimini, in una quasi quotidiana partita tra la colpa e l'ansia vittoriosa di redenzione. Ma decisamente assai più significativi appaiono l'intelligenza e la figura di un altro sacerdote, "mite e affacendato'; dal volto piatto e insignificante che ogni tanto s'illumina in un fugace sbattere di palpebre, a scandire improvvise intuizioni: ecco dunque "le gesta di padre Brown" ; secondo l'espressione di Borges, il quale ammirava lo scrittore inglese pur non condividendone la teologia, come non condivideva quella che aveva ispirato la Divina Commedia, e tuttavia era ben conscio che la concezione dell'opera restava imprescindibilmente legata ad entrambe. Ma il caso di padre Brown contiene un originale elemento del connubio romanzo giallo-teologia: quel prete traeva molti spunti investigativi dalla pratica del confessionale (Hitchcook di Io confesso sta in nuce già lì); inoltre affermava che l'impresa di risolvere i casi gli era agevolata dall'allenamento intellettuale sui testi di Tommaso d'Aquino. Ora, se ci si sofferma almeno un poco sulla Summa Theologica, si constata come la costruzione di ipotesi, che a volte sembrano ardite od eccentriche, occupi considerevoli settori degli elaborati teorici, a suggerire sviluppi non immediatamente plausibili; a parte le rilevantissime dissimmetrie, non risulta arbitrario riscontrare qualche convergenza con il proliferare di impensati accadimenti quali si susseguono nei thriller. Il castello delle possibilità viene incessantemente edificato e modificato, riadattato e distrutto, per poi usarne i materiali in vista di nuove composizioni architettoniche. Il vecchio olimpico maestro era infatti meno compassato di quanto possiamo immaginare: e la catena sterminata degli utrum (sarà vero che?) lega molti suoi scritti. Egli esamina eventi reali, ma anche meno consueti o immaginari: se piace, in campo etico-sessuale, chiede "utrum furia impediat matrimonium; utrum aliquando licitum fuit concubinam habere"; o, si direbbe inclinando in gusti necroforici, "utrum pulveres ex quibus humanum corpus reparabitur, aliquam habeant inclinationem naturalem ad animam quae eis coniungetur"; oppure non trattiene ipotesi circa il nucleo stesso della fede cristiana, vale a dire l'incarnazione di Cristo: "utrum una persona divina possit assumere duas naturas humanas; utrum Christus habuerit corpus carnale, sive terrestre; utrum Christus debuerit assumere naturam humanam cum corporis defectibus'; e via ipotizzando. Il fiume delle premesse, davvero un po' gonfio, sfocia nell'agitato mare del romanzo di Foster-Lupieri, i quali immaginano appunto una nuova sconcertante incarnazione dell'uomo della Sindone, da ottenersi grazie all'impresa di un'audace clonazione, scientificamente e rischiosamente attuata dal giovane e brillante ricercatore italiano Palladino, emigrato, guarda caso, negli Stati Uniti. Naturalmente, guai a rivelare qui come va a finire la vicenda: basti accennare che, fra colpi di scena, intrighi, assassini, deturpazioni di cadaveri, la suspense non si attenua neppure nelle ultime righe. Il principale actor dramatis è un brillante genetista che, alle dipendenze dell'azienda californiana Biogas, elabora con successo, non voluto riconoscere dai furbi dirigenti, audaci progetti per la produzione di embrioni anencefalici di primati. Deluso dalle astute manovre dei suoi capi, accetta la proposta che una misteriosa associazione gli rivolge: egli dovrà condurre in porto l'audace intrapresa di clonare addirittura un piccolo campione di sangue raggrumato tratto dalla Sindone. Naturalmente, il compenso pattuito raggiunge livelli astronomici, ai quali il nostro si mostra tutt'altro che insensibile. Infatti, come molti giovani e meno giovani del nostro tempo, egli mira all'affermazione disé, parallela all'ottenimento di lauti guadagni, né palesa particolari convinzioni religiose ed etiche: coltiva con acuta intelligenza la sua interessante professione, si procura avventure con donne più o meno (certo più) avvenenti e disponibili, vuol godersi insomma la vita, sebbene una vena di sottile malinconia s'insinui come contorto filo nel tessuto della sua esistenza. Palladino è il suo cognome, ma di nome fa Gabriele: impegnativo marchio, dì probabile timbro vocazionale. Per chi non l'avesse capito, gli autori lo spiegano, naturalmente in modo velato eppur chiaro: quando l'amica americana sta filmando l'interno di una chiesa, Palladino le indica una iconografia, spiegando: "Quello invece è Gabriele, l'angelo annunziante" (p. 116). Ma quale annuncio formula nella nostra epoca il Gabriele in carne ed ossa, che mangia, beve e veste panni, e soprattutto lavora con computer e sofisticate strumentazioni? E in che consiste il messaggio degli autori? A questo bivio s'insinua di soppiatto, ma in modo incisivo, la teoloia, intesa nel senso più ampio del termine, pressappoco quello di Alain, "une phílosophie sans recul'; cìoè senza una stringente verifica, rimandando essa a realtà che trascendono l'esperienza; o più in generale, secondo la classica definizione agostiniana, "ratio seu sermo de divinitate";e la divinità resta per sua natura alla fine inconoscibile. Ma il sermo dispiegato nel romanzo, ora scintillante e cristallino, ora increspato o cupo, trascorre dal divino sui variegati aspetti dell'umana e contemporanea società, non obliterando però, rammentandole con sottaciuti rinvii, istanze antiche, e perenni. Lo stile conquide, non subisce flessioni, dipinge affreschi paesaggistici con tinte ora liete ora malinconiche (a parte il brutto panorama del Kansas) e accompagna il protagonista con struggente nostalgia per le strade di Torino, dove egli sta svolgendo un'inchiesta per conto suo, via via sempre più ardua, onde sciogliere i troppi misteri della commissione ricevuta. Non si disdegna la tornitura bozzettistica, ad esempio, quando viene descritto il funzionamento (o per meglio dire il non funzionamento) di una biblioteca: si sovrappongono incredibilmente, o realisticamente, vari contrattempi, dal guasto dello scanner; all'impossibilità di compilare una domanda perché il direttore ha già lasciato l'ufficio, dall'inopinata chiusura pomeridiana che impedisce di continuare il lavoro, all'ulteriore complicazione della malattia del vice-direttore (pp. 196-197).Oppure si indugia, sempre costruendo la scenetta arguta, nella presentazione del ragionier Anfossi, tutto premure e precise attenzioni (pp. 161-165). Né si omettono divertenti strizzatine d'occhio, per esempio a proposito di atteggiamenti della giornalista americana Louise, che accompagna Gabriele a Torino: una volta la ragazza, con inequivoca intenzione, versa sul proprio seno sinistro una goccia di miele; Gabriele, che su di lei conta per un aiuto nelle indagini ma anche per altri diversivi, quasi ringrazia soddisfatto la provvidenza. E gli autori ammiccano: "la donna della provvidenza prese un cucchiaino di miele e incominciò a sgocciolarselo sull'altra mammella" (p. 106).Ma queste notazioni dai variopinti colori non devono distogliere lo sguardo dall'intero quadro, molto più composito, perché ricco di suggestioni bibliche e teologiche. Il titolo reca un concettochiave del primo e del secondo testamento: non c'è bisogno di menzionare la vasta area semantica dei termini "patto-testamento-alleanza"; che pervade la letteratura e l'esperienza ebraico-cristiana. Ma non si adombrano forse sotto il velame, oltre l'ovvio riferimento all'accordo non chi commissiona l'impresa, pattuizioni coinvolgenti, da stipularsi tra l'uomo, la cultura, la natura, e un Essere a queste superiore? Volendo citare reminiscenze scritturistiche, si incorre nell'imbarazzo della scelta. Solo a livello di frasi: "Ha corso anche lui la sua corsa" (p. 146), limpido riferimento alla seconda lettera a Timoteo (4,7); "Quando sei giovane vai dove vuoi..." (p. 176),rinvio al Vangelo di Giovanni (21,18);o di ragguagli: "Beer Sheva, la città dove c'era il pozzo di Giacobbe" (p. 150),e di fuggevoli cenni: "anche Davide era stato un puttaniere pluriomicida" (p. 268).Questi ed altri echi creano un'atmosfera di ascolto in cui è possibile udire le inflessioni della voce narrante e attingere, in strati non superficiali, ciò che sembra costituire il nucleo del romanzo: un rispecchiamento, in definitiva, (perché non ricordare il katoproton, lo specchio della seconda lettera ai Corinti 3,18)di alcune concezioni sull'uomo e su Dio. Beninteso, non si tratta di un'opera piegata a dettare, con l'ambizione propria di certa teologia, manifesti programmatici e tantomeno prescrittivi, al pari, per citare un prototipo, de Il Santo fogazzariano; né siamo di fronte ad un modello di teologia narrativa nella direzione indicata da Jossua. E neppure vi si discute esplicitamente, con tanto di prove e controprove, circa il valore storico e devozionale della Sindone, tema invero dallo spessore teologico assai esiguo: per chi voglia documentarsi in merito può leggere, ad esempio, J. H. Heller, Report on the Shroud of Turin, Boston, 1983, sostenitore dell'autenticità del reperto o, per la tesi opposta, O. Celier, Le signe du linceul. Le saint suaire de Turin. De la relique à 1'image, Paris, 1992. A mio avviso, l'aggettivo teologico che appare nel titolo a qualificare il thriller si attaglia a tre linee ben marcate. La prima riguarda il ripudio dell'apologetismo e del facile ricorso a constatazioni che costituirebbero fondamenti irrefragabili dell'adesione al credo cristiano. Non è su questa strada che si incrocia la fede. Vengono prese le distanze dalla posizione di un personaggio, don Busi, il quale afferma: "L'uomo della Sindone fa parte della mia fede, la parte del mio essere cristiano. Vera o falsa che sia la reliquia io ce l'ho dentro" (p. 133). Infatti vi si oppongono le considerazioni di un altro sacerdote, don Rosso, che intrattiene Gabriele in un colloquio teso e regnante. Vi assiste, a suo modo partecipe, il cane Dick, il quale, forse reminiscenza buzzatiana, apre "gli occhi a metà lasciando filtrare dalla pellicola opaca uno sguardo di vecchia fiducia" (p. 156). Il prete emette un giudizio tagliente sul collega: "lui uno di quelli che vogliono trovare le prove razionali per una fede pre-razionale. Ce ne sono tanti in giro, di questi tempi, che strombazzano sui giornali..." (p. 156). La seconda linea disegna il rifiuto dell'integralismo, che genera pulsioni di morte, come dimostra molta parte della narrazione, rigurgitante di colpi di scena. Esso s'annida anche nell'utilizzo della scienza, portando alle manipolazioni genetiche e suscitando inquietanti questioni, riconducibili alla domanda: in che modo l'istanza etica può sorreggere la bussola di opzioni non scontate? L'appuntito interrogativo penetra nelle incertezze del presente e si allunga sul futuro. Forse l'esercizio delle ipotesi, al modo del vecchio Tommaso d'Aquino, potrebbe rappresentare un'utile palestra di allenamento a inedite riflessioni. Ma serve a rigorizzarle la philosophie sans recul? La terza linea, o piuttosto una vasta falda, riguarda il tema del Male, colata di lava fiammeggiante e fumante che tutto sommerge e rende tutte le cose, come scriveva Machiavelli, "torvi fantasmi". La via d'uscita che si propone sembra essere un abbandono fiduciale in Dio. Emblematica la preghiera di Don Luigi: "Dio di Misericordia, che per mezzo del Tuo Figlio hai redento il mondo, Tu non guardi in faccia ai potenti, ai grandi, ma della debolezza fai la Tua forza. In braccio tuo fecisti magna. Guarda ora, Ti prego, a me che ho cercato di servirTi come potevo, senza riuscirci. Servo indegno, sì servo indegno. Ma è duro il Tuo giogo, è tanto duro. Non allontanarmi da Te. Non ho dove andare. Ti scongiuro, schiaccia il Satana che è in me, adesso. Io non ho forza" (p. 228). Per uno strano accostamento si potrebbe rileggere la Preghiera a Dio che Voltaire inserì nel suo Traité sur la tolérance: "Non più dunque agli uomini mi rivolgo ma a Te, o Dio. Se è permesso a deboli creature perdute nell'immensità, impercettibili al resto dell'universo osar domandare qualcosa a Te, a Te che hai dato tutto, a Te i cui decreti sono immutabili quanto eterni, degnati di guardare con misericordia gli errori legati alla nostra natura. Che questi errori non generino le nostre sventure". Sicuramente, in un più ampio contesto, le visuali volteriane, rispetto a quelle più bibliche del prete piemontese, avvertono con maggior perspicuità le implicanze razionali di ciò che si guarda nello specchio e oltre lo specchio dell'enigmatica condizione umana. Ma la fede, forte dell'impegno esistenziale, e la raison, mediante disamine analitiche, si affacciano entrambe, con trepidazione mista a speranza, sul Mistero. Se ogni romanzo è macchina abile a produrre interpretazioni, Il Patto dispiega agili spinte ermeneutiche dalle quali non risulta improprio trarre un discreto invito a riformulare, nei molti linguaggi dell'odierna società pluralista, le autentiche domande e gli abbozzi di risposta, da vari punti di vista, in particolare da quello cristiano, senza l'arroganza giudicante prescrittiva e condannatoria delle conoscenze ristrette e velleitariamente apodittiche. Mi sembra questo uno stimolo, anche se occultato, come si conviene ad un thriller, negli anfratti della trama e della scrittura, che Foster e Lupieri offrono attraverso il loro romanzo. Seguendo il concatenarsi degli episodi e i loro sbocchi colmi di sorprese, l'insonne attenzione del lettore può facilmente sostare sui significati via via forgiati dagli ingranaggi narrativi, nell'attesa delle luci esitanti di un'alba futura.

"Delitti di carta", VIII, 5 (novembre 2005), pp. 90-96

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